domenica 15 maggio 2011

Winterscales Realm, Interludio

Dama Cirses sistemò i panni puliti e il sapone in modo da reggerli con
una sola mano, mentre con l’altra si aggrappava alla leva di apertura
del portello. Tirò con tutta la forza che si poteva permettere. Il suo
corpo era stato aggraziato in gioventù, ma sempre gracile: col passare
degli anni anche i compiti più semplici cominciavano a presentare
difficoltà, come azionare il meccanismo di apertura di un portello a
vapore. La leva gemette nella sua lenta discesa, seguita da un forte
sibilo mentre la superficie di spesso metallo scorreva verso sinistra.
L’emblema della Casat Farnham, quattro gocce d’acqua che si
avvolgevano in un turbine, impresso da ciclopici magli sui portelloni
che segnavano il confine del quartiere nobiliare, scomparve
inghiottito dalla parete.

La donna raccolse il secchio ai suoi piedi e si addentrò nella stanza,
alla cui oscurità si opponeva soltanto il lume di un cero consumato.
Misurando i movimenti poggiò la sua attrezzatura su di un ampio tavolo
di legno, accanto ad una pila di pergamene e tomi dal rivestimento
antico, poi si indaffarò a lungo per accendere altre candele e una
lampada al plasma freddo. Sbuffò nel guardarsi finalmente intorno: la
stanza era disordinata e polverosa, muta testimone dell’incuria del
suo abitante; una pila di stracci alta quanto lei era abbandonata
oltre il cero. Lo sguardo della Dama fluttuò sui cenci, sui vecchi
libri e sulla polvere posata sui fregi delle pareti, fermandosi infine
sul grande letto ed il suo occupante, unica eccezione al caos
imperante.

Cirses tornò al suo compito e, dopo aver imbevuto uno dei panni
nell’acqua del secchio prese a tergere la fronte e le guance del
dormiente. Il giovane uomo ebbe un piccolo movimento quando la pezza
lo sfiorò, ma a parte un sommesso gemito non ebbe altre reazioni.
-Perdonatemi, buon Signore.- pigolò la vecchia ritraendo la mano -E’
fredda, ma perché ricavata dal ghiaccio di Ashez: è l’acqua più pura
che si possa trovare in tutto questo settore senza legge.-

Riprese a far scorrere il tessuto sul viso di lui. -Vostro padre si è
assicurato che il ghiaccio più limpido fosse scavato dal blocco più
chiaro e freddo. E Sua Eminenza Niceo pregava mentre gli scalpellini
lavoravano, per impregnare quest’acqua di purezza guaritrice. Avreste
dovuto vederli.- Una ragnatela di rughe le coprì gli angoli della
bocca e degli occhi mentre sorrideva. –Quel ghiaccio era grande come
una montagna e loro sembravamo formiche, ma stavano ritti come i
grandi eroi delle storie.-

Con gesti delicati, esitando al contatto delle sue dita col corpo
caldo e immobile, slacciò il fermaglio della vestaglia che lo
avvolgeva. Scostò i lembi di tessuto ricamato con fili di oro e
nano-platino, scoprendo il magro torace. Procedette il lavaggio,
facendo bene attenzione ad evitare di toccare il nero bubbone che
cresceva all’altezza del cuore, così immondo al centro di quella pelle
candida.

-Chissà se potete sentirmi. Noi del Ponte Quattro eravamo così felici
quando si è sparsa la voce che eravate sceso su Ashez per occuparvi
delle trattative del ghiaccio. “E’ guarito!” dicevamo tutti. Gli unici
che scuotevano il capo erano gli Ithacan, che pendono dalle labbra del
loro Tadeusz come sempre. Cosa la tiene ancora in questo letto,
dunque? Come mai ancora Vostro Padre non ci permette di portare luce
nei Vostri alloggi?-

Gli occhi del dormiente rimasero chiusi, nessun movimento si intuiva
dietro le palpebre. Respirava lentamente e questo era tutto.

-L’Universo è nero e vuoto, ma la Lacrima di Sanguinius fende il Warp
come una lancia. Il nostro buon Signore Odisseus, sia benedetto il suo
nome, incontrerà il Messo Imperiale su Gargol’s Nest, a poche
settimane da ora. Ma è anziano.- Una pausa, forse in attesa di una
risposta. -Sarete dunque al suo fianco? Potremo continuare a vivere
nella nostra casa dopo che Odisseus non sarà più in grado di far
ruotare il Timone Grigio?-

Non fece altre domande. Lavò la schiena, le braccia e le gambe,
sbuffando nello sforzo di sollevare e ruotare il corpo inerme senza
sfiorarne le piaghe. Poi lo coprì e accarezzò la coperta per toglierne
una piega. Lasciò tutte le luci accese nella stanza, voltandosi un
ultima volta mentre si aggrappava alla leva di apertura del portello.
-Buon riposo, mio buon Signore.-

Quando l’ultimo sibilo del meccanismo a vapore si fu spento e nella
stanza regno di nuovo il silenzio, l’immobilità venne nuovamente
spezzata. Il mucchio di stracci si animò, sollevandosi e ruotando.
Sottili arti luccicanti si spiegarono, sostenendo un corpo parte di
carne, pare di metallo. Occhi che emanavano bagliori verdi scrutarono
il tavolo e le pergamene, trovandole nella stessa posizione.

L’essere si mosse con lunghi passi verso il letto, evitando il cero e
qualsiasi altro oggetto abbandonato nella stanza che si frapponesse
tra lui e l’uomo addormentato. Ora incombeva sul letto come una nera
statua di basalto. Dita lucide come un guanto placcato scivolarono
dove poco prima era scorso il panno bagnato, misurando gli angoli del
mento e delle guance.

-Ah, Telemacus.- pronunciò una voce metallica -Sarò forse degno di
tanta devozione, quando indosserò la tua faccia?-

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